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  • @AleCarchia

Scendiamo a "patti"

Non basta una brava massaia, la famiglia Europa sta lasciando morire i suoi figli. Cerchiamo di capire come sia possibile, conoscendo briglie e morso che ci tengono in vita.

Nel 1997 i paesi membri dell'Unione Europea erano d'accordo nel progettare uno strumento di controllo/gestione dei conti pubblici nazionali, con l'obiettivo di offrire continuità agli sforzi di rigore sul bilancio comunitario.

L'azione condivisa si muove in preparazione alla prossima introduzione della moneta unica, non senza qualche difficoltà di applicazione, fermo restando la necessità di creare omogeneità tra i diversi "soggetti" economici alla quale fa riferimento la disciplina.


Qui il primo appunto, ogni sforzo di unificazione resta vano e mentre in Italia si parla di federalismo il continente si divide tra aspiranti membri e soggetti pro-exit, resta fondamentale quindi approfondire come si possa credere di creare unità proponendo soluzioni divisive. La struttura europea, non si può assimilare con il progetto degli USA, per omogeneità e poteri delegati, non si può nemmeno paragonare ad un grande sovra-stato composto da regioni indipendenti. Al momento l'Europa è a tutti gli effetti un insieme di Stati vassalli, tassati ed incentivati in modo disomogeneo, non tenendo conto di caratteristiche implicite, prerogative che determinano differenze assolutamente giustificate e ovvie.

Calcolare spread e differenziali tra pari è di quanto più sbagliato si possa studiare nell'ottica di unificazione. Mettiamo che la famiglia europea sia costituita da tanti figli quanti sono gli stati membri, cugini, quali la Gran Bretagna e la Svizzera per esempio e vicini quali Cina e Stati Uniti senza dimenticare Russia e Giappone. In questa strana famiglia le scelte sono condivise, ma solo su un piano. Quello finanziario... ovvero quello più lontano dalla portata umana, con meno ritorno in termini di benessere e di sentimento di partecipazione. Ogni figlio ha una stessa moneta con la quale muoversi in un contesto aperto agli scambi ma si muove in modo scoordinato in tema di politica estera. I singoli non hanno tutti quanti lo stesso potere d'acquisto, da soli si devono confrontare in ambito internazionale su commercio e protezione del "made in".

I genitori lasciano completa libertà ai loro figli i quali possono legiferare, alle volte in modo diametralmente opposto rispetto ai loro pari, palesando come la mancanza di unificazione politica rende del tutto inappropriato lo strumento legislativo nell'ottica internazionale.

Un progetto realizzato a metà da premesse nobili, ma tradito a causa del potere di soggetti forti, che al momento sono i fratelli maggiori e più influenti, facendo venir meno il concetto comunitario, di corresponsabilità decisionale.

Gli sforzi programmati dagli stati membri sono incentivati a monte dal rafforzamento delle politiche di vigilanza sui deficit dei singoli stati e sui loro debiti pubblici. Lo strumento che viene studiato come deterrente e al tempo stesso ossigeno per la macchina censoria dell'UE, prende il nome di procedura per deficit eccessivo. L'importanza di questo strumento consiste nella totale automaticità della sua applicazione, i valori tenuti in osservazione sono: - Deficit pubblico non superiore al 3% del PIL, ovvero il famoso rapporto deficit/PIL.

- Debito pubblico al di sotto del 60% del PIL.

Il potere di vigilanza è in capo alla Commissione Europea, la quale propone in seno al Consiglio dei ministri europei un avvertimento preventivo.

L'erogazione di sanzioni economiche tra lo 0.2 e lo 0.5 per cento del PIL possono essere sospese o cancellate qualora lo Stato interessato riesca ad attuare politiche economiche adeguate al rientro nei parametri stabiliti.

A seguito della crisi sanitaria che ha imperversato in Europa, gli Stati membri devono guardare al dopo, con logica preoccupazione.

Gli strumenti per affrontare la successiva crisi economica e finanziaria possono essere molteplici e i media hanno spinto l'acceleratore, sullo strumento del MES, talvolta demonizzandolo.

Il Meccanismo europeo di stabilità, chiamato Fondo salva-Stati, per la stabilità dell'eurozona è stato istituito nel 2012 a Lussemburgo.

Avrebbe dovuto fungere da fonte permanente di assistenza finanziaria per gli Stati membri in difficoltà finanziaria.

Un volano insomma per quelle economie in difficoltà, ma nella pratica sottoposta ad una stretta condizionalità, secondo il principio della responsabilità delle finanze pubbliche.

Il problema risiede quindi non nello strumento, ma nella sua applicazione se si considera che dalla sua creazione, hanno usufruito del MES Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro, ricevendo complessivamente 254,5 miliardi di prestiti.

Questo a fronte del versamento di quote annuali che ammontano dalla sua istituzione ad oggi a 14 miliardi di euro per l'Italia a fronte di 80 totali. In linea teorica gli stati membri sottoscriventi si impegnano per quote ad assicurare 700 miliardi complessivi al fondo, nel momento dell'erogazione.

Cifre inappropriate, quasi irrisorie per la risoluzione di un problema su larga scala, se non affiancate da altri strumenti, il più logico facente capo alla BCE con il sempre temuto spettro del ricorrere alla nuova moneta da erogare, seguendo l'esempio dei competitor esteri. Resta fondamentale domandarsi il perché, di uno scontro così acceso in merito all'azione dell'Unione nei confronti di un fenomeno straordinario. In qualsiasi analisi è d'obbligo partire da questo aggettivo, "superlativizzadolo" se possibile, per spiegare come ogni strumento, parametro, consuetudine, prassi o norma debbano essere indagate a fondo, riviste e modellate, per far fronte ad un imprevisto tanto catastrofico.

Non si può quindi accettare, il cieco immobilismo dell'Europa e dei suoi membri, miopi da sempre nel considerare il progetto europeo come fine, da conservare e proteggere, non come scopo attraverso il quale plasmare una società per farla restare al passo del resto del mondo.

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