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  • @AleCarchia

Terra promessa

Un volo low cost, meno di quattro ore ed ecco che si apre davanti agli occhi, una terra di contraddizioni, storia, sofferenza e bellezza spietata.

Doveva essere un viaggio come un altro, lo stacco dalla vita quotidiana, una settimana diversa, alla ricerca di un po' di avventura, cibo esotico e panorami mozzafiato.

Le attese sono state confermate, ma ciò che si è provato è stato uno spaccato più ampio su un mondo al quale non si è mai del tutto preparati.


La popolazione a prevalenza musulmana sunnita si è rivelata diversa, più aperta e disposta al dialogo, nei centri come nella sconfinata periferia, in quegli enormi vuoti che si creano tra centri abitati più o meno popolosi.

L'ospitalità, forzata o forzosa, legata ad un turismo costante, incessante e distratto è presente, palese e spesso sottolineata, quasi ostentata.

Ma quello che stupisce è il piacere del condividere, aprirsi, lasciarsi interrogare e voler conoscere che accomuna tutta la gente Giordana.

Che sia con un inglese più o meno improvvisato, che sia tra arabo e spagnolo, con qualche parola in italiano e tanti gesti a corollario, l'obiettivo è sempre uno: non lasciare mai una conversazione vuota, sterile e solamente funzionale.

L'abbraccio che senti è sincero, perché non si vedono solo sorrisi, non si vede per forza solo quella gentilezza superficiale, che infastidisce tanto quanto viene apprezzata.


La frenesia delle strade, il caos di Amman, l'incedere dei pullman carichi di turisti in direzione delle mete "must to see" possono essere facilmente superabili, basta lasciarsi andare, guidandosi verso direzioni ignote e impreviste, lasciando la traccia obbligata segnata dal turismo occidentale.

Nulla è più appagante del ritrovarsi nel bel mezzo del nulla, a girovagare per zone desolate, desertiche e aride.


Campi brulli, segnati dall'incuria, disseminati di residui di modernità fuori contesto, nei quali lo sguardo si perde, mirando sullo sfondo quelle colline che caratterizzano Jerash, o le strade impervie che collegano la Via dei Re con la più moderna autostrada che guarda ad occidente verso Israele, Egitto e Cisgiordania.

I Muezzin, in queste valli sterminate intersecano i propri canti, si uniscono aggiungendo e sottraendo voci al richiamo al quale l'orecchio si tende, a metà tra abitudine e sorpresa.

Sembra tutto così idilliaco, fuori dal tempo, il perdersi in tutto questo infonde un senso di profondità, pace e riflessione.

Stridono agli occhi le differenze, talvolta abissali, le contraddizioni e le ovvie ibridazioni culturali che si vengono a creare: modernità ed arretratezza convivono, come a voler rappresentare in modo figurato la distopica visione di una "decrescita felice" colpevole di essere in quei luoghi esempio di una "crescita infelice".

La vita in questi luoghi ha viaggiato a due, se non tre velocità... la modernità data dal progresso corre come nelle nostre vite, restano invece ancorati a cento anni fa usi e costumi, soprattutto nelle zone rurali e più periferiche.


La società rincorre oggi un progresso troppo veloce, che sfugge di mano, lasciando indietro le persone, inquinando l'ambiente e svilendo una storia gloriosa.

Restano le tradizioni, i muli legati fuori dalla porta di casa, i mezzi di trasporto dai colori sgargianti, i bidoni dell'acqua sui tetti e i ragazzini scalzi per strada...

Restano le bellezze senza tempo da patrimonio dell'Umanità: si tocca con mano l'importanza storica e preistorica di questo luogo, rinchiuso in confini sanguinosi, che ne acuiscono il macabro fascino legato ad una storia lunghissima, ma che custodiscono un vero e proprio tesoro.

Il Circo Massimo di Jerash, senza voler essere blasfemi non ti fa rimpiangere il suo fratello maggiore di Roma, come i suoi templi, disseminati in quella che è definita "la Pompei dell'Asia" donano un respiro molto mediterraneo a queste lande distanti migliaia di chilometri dai nostri confini.


Il fragore delle città di travolge mentre i sorrisi delle persone ti sorprendono, tra clacson e venditori, riesci anche a trovare una dimensione di pace, uno status di appartenenza.

Gli orizzonti marziani del Wadi Rum ti fanno sentire parte di un set di Hollywood, mentre con l'arrivo dell'oscurità un telo nerissimo si distende sopra i tuoi occhi, bucato soltanto da luci sfolgoranti, mai viste prime, sembra di potersi immergere nella via lattea, fluttuandovi senz'ancora.

L'accamparsi, spogliandosi delle abitudini, piedi nudi a sorseggiare tè in compagnia di beduini più o meno improvvisati, assaggiare il loro cibo alla luce di un fuoco, che scalda prima l'animo del corpo.


I canyon, spalancano la terra di fronte ai vostri occhi, ferite non ancora cicatrizzate permettono di scorgervi all'interno interi ecosistemi, fiumi, camminamenti, insediamenti e incisioni rupestri. La natura selvaggia sembra non essere mai stata messa in discussione, imponente e forte fa valere la sua immanenza.


Il Mar Morto è una perla, grezza, sicuramente, salata nel gusto e nell'aspetto ma soprattutto nello spirito. Un terreno difficile e fragile allo stesso tempo custodisce uno specchio limpido vivido ma inabitato e inospitale. Il sale tra le dita ti accarezza, quasi fosse sabbia di una qualche spiaggia caraibica, le sue rocce ti graffiano e il tuo corpo nell'acqua è in estasi.

Le esalazioni di iodio, bromuro e magnesio sono terapeutiche tanto per il corpo quanto per lo spirito, ci si perde infatti nell'acqua salmastra al tatto, ma nella quale il corpo si distende, si rilassa; senza sforzo sopra il pelo dell'acqua si asseconda la brezza, si respira profondamente e si dimentica d'un tratto di essere nella culla profana di una terra santa.


La vista dal Monte Nebo ti coglie di sorpresa, il Giordano, i promontori, le vallate e in lontananza Gerusalemme, la terra Santa.

Un attimo di sgomento, in quanto i tuoi occhi oggi si posano su quelle terre descritte dall'Antico testamento, un collegamento tra il mito e la realtà, tra il tangibile e il sacro.

La sguardo indugia nello scorgere in lontananza la terra di Israele separata da campi incolti e un fiume sacro, che ha dato di fatto consacrato la cristianità del figlio di Dio.


La calda Petra, un vero e proprio scrigno che nasconde sì il Tesoro, già visto e rivisto dai documentari ad Indiana Jones, ma non solo...

Un dedalo di sentieri, camminamenti, grotte, anfratti, canyon e feritoie; Lunghi sentieri che si snodano all'interno di una grande Città nascosta, visibile nella sua interezza soltanto da distante, oltre le porte naturali che ne custodiscono il segreto più grande. Una necropoli immensa, che si interseca con la vita frenetica di una città una volta fiorente, florida e meta di pellegrinaggio, commercio e conquista.

La città di Petra non si più riassumere quindi nel suo anfiteatro, nella tomba del Re o nel monastero, ma piuttosto in una continua scoperta, tra vicoli abitati oggi come allora dai beduini che la custodiscono gelosamente. Nabatei, romani e bizantini hanno percorso il Siq del Wadi Musa, ergendo monumenti e lasciandocene testimonianza, grazie alla capacità dei primi raccogliere, convogliare e parzializzare il bene più prezioso di quell'area come di tutta la Giordania: l'acqua.


Il sud del paese invece è capace di regalarti una cartolina inaspettata, sabbia rovente sulla sottile lingua di costa del mar Rosso, acqua limpida e un viva barriera corallina, ti invitano a immergerti in un golfo schiacciato tra Egitto e Arabia Saudita.

Pesci colorati e pacifici, ricci e coralli... un brulicare di vita appena sotto alla superficie, sono in netto contrasto con siti archeologici, storici e museali ma raccontano di una diversità unica... spiazzante.

Cambiano gli umori, i ritmi e i sapori, si apprezzano i "frutti" del mare nei chioschi e nei ristoranti sempre meno tipici.


La Giordania e il suo popolo possono regalarti qualcosa di unico, inaspettato e sorprenderete, l'importante è sapere dove volgere lo sguardo, cosa cercare e dove perdersi. L'importante è credere alla promessa di una terra che ti entra dentro, ti svuota e ti riempie di una nuova consapevolezza, una nuova linfa... #ThankyouJordan

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