Cerca
  • @AleCarchia

Election Gate

Una finale, dopo posticipi e polemiche ci aspetta al termine dell'estate più torrida e chiacchierata degli ultimi 70 anni e per nostra sfortuna si giocherà alle urne.

Election Day 2020, niente di più facile accomunarlo ad un grande esempio democratico, con sapore anglosassone e liberista, altro non è che il carrozzone della politica italiana.

Tutto si è fermato il 26 gennaio scorso quando due regioni su nove sono riuscite a votare per rinnovare la classe dirigente.

Dopo tutto si è fermato, o quasi... la campagna elettorale è stata incalzante, mettendo sul piatto del dibattito politico il carico pesante post lockdown covid.

Tra negazionisti, terroristi dell'informazione, inetti e semplici avvoltoi, i politici hanno saputo trarre vantaggi, a soprattutto svantaggi dalla grande bolla speculativa del 2020, aprendo bocca su tematiche distanti persino da alcuni sedicenti addetti ai lavori.

I medici si sono politicizzati e politici si sono ammalati, cercando di cavalcare l'onda dell'epidemia, da un lato esaltando la perfetta macchina burocratica, dall'altro contestando una colpevole inettitudine dei decisori.

Non possiamo far altro che constatare che a sei mesi di distanza dallo zero assoluto ci hanno perso tutti: politici, imprenditori, cittadini, studenti, pensionati... ecc...

Sì perché la crisi trasversale ha colpito se non in termini sanitari diretti, attraverso disastrosi contraccolpi economici e ancor peggio a seguito di subdoli scompensi psicologici e sociali.

La roulette russa della politica italiana ha continuato a girare e si appresta ora a farci premere il grilletto alla nostra tempia, condannandoci, prima della fine dell'anno peggiore che possiamo ricordare.


Innanzitutto l'Election Day vedrà impegnate alcune regioni simbolo: 1. Campania Feudo di Vincenzo De Luca, una stirpe accomunabile ai Medici di Firenze, un uomo in rotta di collisione con ogni organizzazione a partire dal proprio partito.

Sembra poter essere maturata, anche grazie a scandali e inefficienze ben celate, la volontà di cambiare, forse per mano dell'esponente di centrodestra Stefano Caldoro.

2. Liguria

Si preannuncia una passeggiata la riconferma di Giovanni Toti per il centrodestra, coinvolto politicamente dalla tragedia del Ponte Morandi di Genova sembra aver dimostrato che quando si promette una cosa, la si può anche mantenere. Più distante il primo contendente, lo scrittore Ferruccio Sansa per il centrosinistra

3. Marche

Cambio di rotta PD che rottama l'uscente Luca Ceriscioli e propone Maurizio Mangialardi, che al momento paga il trend negativo del partito, vedendo inseguire il candidato di centrodestra Francesco Acquaroli.

4. Puglia

Confermata la ricandidatura di Michele Emiliano, dopo gli attriti con il partito si ripropone per il secondo mandato a guida centrosinistra. Al momento i sondaggi vedono il centrodestra avanti con il sempreverde Raffaele Fitto.

5. Toscana

Si tratta della Regione più interessante dal punto di vista elettorale da sempre legata al centrosinistra ha visto perdere negli anni consensi a livello comunale.

Dopo i due mandati conseguiti da Enrico Rossi, il testimone passerebbe a Eugenio Giani. Qui subentra il centrodestra che si giocherebbe con Susanna Ceccardi il passaggio più ardito della storia politica della regione.

6. Valle d’Aosta

Capitolo che merita un approfondimento, lo 0,3% dei cittadini valdosatani è candidato come consigliere regionale, neonati inclusi.

Sì, dodici liste per cercare di superare gli anni più bui della politica regionale tra scandali, corruzione e quell'inchiesta sulla ’ndrangheta a seguito della quale lo scorso dicembre il presidente Antonio Fosson si è dimesso dalla sua carica.

Spiccano le liste autonomiste e federaliste, con Movimento 5 Stelle che prova in solitaria la scalata, così come la Lega.

7. Veneto

Al pari di De Luca in Campania, Luca Zaia cerca la riconferma, più unica che rara visto che si tratterebbe della terza, grazie alle modifiche ai limiti stabiliti nel 2012.

Lega avanti quindi, tanto da non far pensare a sorprese con centrosinistra e movimento 5 stelle ad osservare.


Paradossalmente il riscontro delle urne sarà ancora più importante se si considera che tutti i cittadini saranno chiamati a votare, per rispondere ad un altro quesito:


«Approvate il testo della legge costituzionale concernente"Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari", approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n.240 del 12 ottobre 2019?»


Di fronte a questa semplice domanda saremmo chiamati ad esprimere un voto, una croce sul SI o sul NO.


Ciò che ci preme capire è su cosa dobbiamo votare SI o NO.

Bisogna informarsi, la legge non ammette ignoranza, il problema che informarsi vuol dire tutto e niente, tutto e il contrario di tutto.


Analizziamo l'incipit di riforma:

La proposta di legge costituzionale prevede una riduzione del numero dei parlamentari, passando dagli attuali 630 a 400 deputati e dagli attuali 315 a 200 senatori.


La bandiere della riforma sventolata dal Movimento 5 Stelle, poggia sulla necessità di diminuire i costi della politica, dal dentro, per farlo si ricorre alla riforma costituzionale:

Facciamo ordine, attualmente i componenti del Senato guadagnano ogni mese 14.634,89 € euro contro i 13.971,35€ euro percepiti dai deputati.

Tanto per darci un'idea un parlamentare percepisce il doppio di un suo pari inglese, molto di più di quelli dei politici tedeschi e francesi e addirittura sei volte tanto di quelli spagnoli.


Ipotizzando i termini della riforma mensilmente la riforma permetterebbe di risparmiare 4.896.560,85€ così ripartiti:

da 8.802.328,50€ a 5.588.780€ per gli stipendi mensili dei deputati.

da 4.609.990,35€ a 2.926.978€ per gli stipendi mensili dei senatori.


Il totale dei costi mensili sopra ripartiti costituiscono i 13.412.318,85€ contro l'ipotesi di riforma di 8.515.758€ ovvero i suddetti 4.896.560,85€ risparmiati.

A fronte di una popolazione di circa 61 milioni di abitanti il risparmio pro capite mensile è di 0,080€, ovvero 0,96€ l'anno.


Una riforma che abbatte gli sprechi dovrebbe forse partire dai primi due valori in cima, sono quelli il problema di fondo dei calcoli che ne discendono.

Il numero moltiplicatore è certamente un problema, ma talvolta ingigantito da numeri fuori dal controllo legislativo come collaboratori, task force, specialisti e segretari personali.


Sono un triste esempio i 710 mila euro di spesa per i collaboratori del ministro degli esteri Di Maio che giganteggia rispetto ad ogni altro suo predecessore alla guida del ministero.


Alla base dei dubbi sulla riforma ci si pone il problema della rappresentanza, la correlazione cittadino-esponente politico.

Il poter contare su un eletto è alla base dell'esperienza politica, dell'idea dei nostri padri fondatori come di ogni altra istituzione che basi le proprie fondamenta sulla democrazia elettiva.

Il culto dei pochi ma buoni, è utopistico se si considera chi ora tira le fila nel nostro paese, allo stesso modo l'idea di omologare e comprimere il potere decisionale, conduce ad una oligarchia, nelle quali diventano ancora più importanti e vincolanti le variabili non controllabili dall'elettorato.

Fedeltà partitica, rispetto al pubblico interesse, onestà e convivenza con organizzazioni esterne che ne influenzino le scelte e le opportunità.

Ridurre i numeri per omologarsi agli standard europei è opportuno, a fronte di un impegno sul merito, il risultato e la corrispondenza elettiva ad personam evitando nomine e re-impasti.

Il semplice calcolo matematico non tiene conto di questo e forse l'eliminazione totale dei Senatori a vita, come dei compensi-monstre di fine carriera dovrebbero essere alla base di un patto sociale politica-cittadini più incentrato sul bene pubblico come fulcro dell'azione politica.


Sì al taglio delle poltrone, seguendo un principio di efficienza della macchina pubblica, a patto che si preveda la riforma delle commissioni o dei regolamenti parlamentari.

Luigi Ippolito sul Manifesto, “il problema non è il numero dei parlamentari, ma la loro funzione e quella dell’istituzione nel suo complesso”.

Da qui muove gran parte della contestazione alla riforma, quella staccata dalle esclusive esigenze partitiche, proprio in quest'ottica si dovrebbe ragionare.

Meno eletti e più nominati, meno rappresentanza territoriale, maggiore influenza della politica nazionale partitica sulle decisioni quotidiane.

Una riforma sacrosanta, così come lo sono state tante altre nel passato, bocciate perché lesive di un bene superiore ed intoccabile, la Costituzione. Qualcosa adesso è cambiato e siamo forse pronti a premere il grilletto.

2 visualizzazioni

© 2020 by AleCarchia. Proudly created with Wix.com.

  • Black Facebook Icon
  • Black Twitter Icon
  • Black Icon LinkedIn